flumini nel mondo

sabato 8 marzo 2008

1793 - I francesi sbarcano a Quartu

Immaginiamo Cagliari negli ultimi dieci anni del 1700. La nobiltà isolana si affolla attorno al vicerè e agli organi preposti all’amministrazione della Sardegna. Arroccati nel Castello, si contendono privilegi e benefici tessendo tele che arrechino sostanziali tornaconti ai propri casati. Intanto si vocifera che Vittorio Amedeo III, confermando il suo disinteresse per la Sardegna, ha offerto l'Isola all'Austria di Giuseppe II in cambio di adeguati compensi in Lombardia.
Tra questo marasma di atti, informazioni e prospettive diverse, arriva la notizia che la Francia intende occupare militarmente l'Isola.
Siamo negli ultimi dieci anni del 1700 ed effettivamente la Francia vuole occupare l’isola e farne una base per il rafforzamento del suo sistema strategico e per la difesa dei suoi interessi commerciali nel Mediterraneo, e diffondervi i principi rivoluzionari di libertà e di uguaglianza fra i Sardi, da secoli soggetti al dispotismo, e l’abolizione dei privilegi ecclesiastici e feudali.
Ma il popolo, come sempre, è tenuto nell’ignoranza e non sa nulla dei propositi della Francia. Si può allora capire lo sgomento, la meraviglia, la paura che attanaglia il cuore dei cagliaritani, quando, svegliatisi il mattino del 21 dicembre 1792, scorgono al largo del golfo di Cagliari, tante navi da guerra quante mai si erano viste.
Il Consiglio Provvisorio Esecutivo Francese aveva, infatti, affidato il comando della spedizione in terra sarda congiuntamente al contrammiraglio Truguet, comandante della flotta del Mediterraneo e al generale Anselme, i quali si apprestavano a sbarcare in Sardegna con le buone o con le cattive. In quel giorno il vento soffia fortissimo ed il mare ribolle. I Cagliaritani incuranti del tempo osservano incuriositi i movimenti di quelle navi di cui non conoscono gli obbiettivi e fanno mille ipotesi e supposizioni fino a quando vedono le navi alzare le vele e allontanarsi, in mezzo ai flutti violenti del mare, verso altri lidi fino a scomparire del tutto.
Allora tirano un sospiro di sollievo che però dura poco. I francesi si sono ritirati ma solo a causa del maltempo. La notizia diventa pubblica e l’allarme scatta: l’invasione nemica è prossima. Abituati da sempre ad obbedire agli ordini, si preoccupano di allestire le fortificazioni così come viene loro chiesto. Lo fanno, però, male, con molta lentezza e confusione e anche con una certa rabbia. Tra l’altro corre voce che le artiglierie leggere montate sui carri non possono essere dislocate nelle postazioni perché non si trovano i cavalli necessari per il trasporto. Il motivo di questa penuria di cavalli infervora gli animi dei popolani: la ferratura dei cavalli è riservata in esclusiva ad un unico artigiano piemontese. Tutti i fabbri sardi sono esclusi da questa mansione. Alla popolazione impaurita e confusa non resta che portare in solenne processione per le vie della Città, il simulacro di S.Efisio, protettore di Cagliari.
Passano una decina di giorni e incominciano a giungere notizie sempre più allarmanti: agli ordini del contrammiraglio La Touche-Tréville i francesi sono sbarcati in Carloforte e si apprestano ad occupare S.Antioco, da dove possono giungere a Cagliari in meno di due giorni di marcia. Le notizie sono confuse. C’è chi parla di accoglimento dei francesi con simpatia da parte dei carlofortini, sarebbe stato innalzato "l’albero della libertà" e un tale Filippo Buonarroti avrebbe infiammato gli animi con discorsi di libertà, uguaglianza e giustizia. Altri parlano di scontri sanguinosi. L’attesa, diventata spasmodica, dura poco.
Il 23 gennaio La flotta francese getta le ancore nella rada di Cagliari con uno spiegamento di forze veramente poderoso. Il comandante Truguet, prima di procedere all'attacco, intima la resa mandando avanti una scialuppa parlamentare, che porta a bordo, oltre che un certo numero di soldati armati, anche Filippo Buonarroti, che contava di diffondere anche quì un proclama inneggiante alla libertà e all'uguaglianza, così come aveva fatto a Carloforte. Ma un gruppo di miliziani appostati nel molo, con una nutrita scarica di moschetteria costringe i parlamentari a riprendere precipitosamente il largo.
L’intenzione dei francesi, però, non muta e il 27 gennaio inizia il primo bombardamento navale di Cagliari.
Il piano di difesa predisposto dal vicerè e dallo stamento militare dell’isola è predisposto nella considerazione che due soli sono i luoghi dove l'attacco francese può essere tentato con qualche probabilità di riuscita: la piana detta di Gliuc, all'altezza del Lazzaretto, ed il tratto del litorale di Quartu la “ Torre degli Spagnoli ” presso il ruscello di Foxi. Il campo di Gliuc è presidiato da Gerolamo Pitzolo, con un migliaio di miliziani, mentre lungo il litorale di Quartu sono dislocati i dragoni del barone St.Amour con alcune compagnie di miliziani di fanteria ed a cavallo.

Il 14 febbraio è il giorno cruciale. Dopo due settimane d’attesa del momento più propizio e delle condizioni ottimali del mare, le navi da guerra si schierarono davanti a Quartu e sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone St.Amour il quale non solo non fa nulla per impedire lo sbarco, ma retrocede lasciando libere le truppe francesi di sbarcare senza alcun ostacolo. Circa 4.000 uomini si riversano sulla terraferma e incominciano ad avanzare verso Cagliari inoltrandosi nelle campagne di Quartu. Si comportano come le truppe d’occupazione di tutto il mondo in questi frangenti bellici, depredando e razziando ogni cosa di valore che trovano lungo il loro cammino. In questo frangente è facile immaginare lo scempio commesso alla chiesetta di San Forzorio dal gruppo che per primo se ne impadronisce. È trasformata in bivacco e le sue sacre testimonianze dileggiate e offese.





L’avanzata verso Cagliari continua. Intanto a Gliuc, nonostante un furioso bombardamento dal mare, Pitzolo tiene ferme le sue milizie sulle posizioni stabilite e impedisce che i reparti francesi tocchino terra. Ma la città subisce un ennesimo intensissimo bombardamento e solo in quel giorno cadono non meno di 12.000 bombe.
L'avanzata francese da Quartu verso Cagliari prosegue tutto il giorno, contrastata da sporadici attacchi dei miliziani sardi e s’interrompe solo con il calar delle tenebre, quando le brigate si accampano presso le saline per passare la notte, attenti a possibili sorprese.

A Cagliari la situazione è frenetica. Le notizie che giungono in città dal campo di Quartu sono disastrose e nel Consiglio di guerra convocato immediatamente il giorno 15, il Vicerè e qualche elemento meditano una resa incondizionata. Dopo accese discussioni è impartito l'ordine ai comandanti Pitzolo e St.Amour di contrattaccare, ma nel frattempo, e durante l’assenza dei loro comandanti, le truppe di fanteria e di cavalleria sono prese d'infilata dal fuoco radente delle navi nemiche, sbandano ulteriormente, e non è possibile eseguire il contrattacco.
Il comandante Pitzolo rincuora animosamente le sue truppe e predispone l'attacco frontale per il giorno successivo, facendo nel frattempo appiattare in agguato i suoi uomini nei vicini vigneti e andando egli stesso in ricognizione notturna.
Ma nel cuore della notte succede qualche cosa che gli storici non riescono a spiegare esaurientemente. Forse per l'allarme dato dalla vicinanza delle pattuglie sarde, forse per l'imprudenza di qualche sentinella francese (lo storico Manno riferisce che si trattò dell'abbaiare di un cane), all'improvviso echeggia un colpo di fucile; altri colpi fanno immediatamente seguito ed in breve la fucileria diviene generale. I reparti francesi, credendo di essere attaccati e non conoscendo la dislocazione dei vicini, si scambiano nell'oscurità micidiali scariche.
Le truppe sarde non si rendono conto di quanto succede e non passano al contrattacco. Non si muovono neppure quando i Francesi, abbandonate armi e bagagli, si riversano sulla spiaggia e chiedono di essere reimbarcati. Ma le condizioni del mare sono improvvisamente diventate proibitive, sicché per quattro giorni oltre 4.000 soldati rimangono sul litorale, esposti all'inclemenza del tempo, senza protezione e senza rifornimenti, in preda al terrore e circondati dai nemici.
Cessato il maltempo, il 20 febbraio tutto il corpo di sbarco può essere ricondotto a bordo. Qualche giorno dopo la flotta, assai malconcia per le avarie, lascia le acque di Cagliari.






Quì a sinistra: una pagina tratta dalla storia a fumetti della Sardegna "Sardinia Story", di Cesare Casula, con illustrazioni di Ruggero Soru. Edizioni Unione sarda, pagg. 330, fuori commercio

2 commenti:

Anonimo ha detto...

In realtà ci fu battaglia, come raccontano alcuni storici dell'epoca, e la vicenda che i francesi si spararono da soli e poi fuggirono è una barzelletta che non sta assolutamente in piedi... :-))))

Matteo

Anonimo ha detto...

i sardi chiesero ai savoia dei diritti (civili e militari) in caso di vittoria, che li vennero concessi prima di combattere.finita la battaglia il vicere si rimangio tutto dicendo che non fu merito loro ma i ifrancesi si spararono da soli.da li nacque malcontento popolare che termino con "sa di de sa sardigna" i miliziani uccisero due generali piemontesi e buttarono fuori a calci nel culo il vicere con tutti i savoia, dopodiche vennero concessi i diritti ai sardi e furono creati corpi militari che si trasformarono dopo qualche anno nell arma dei carabinieri.i miliziani che sconfissero i francesi erano semplici contadini, pastori e pescatori dei villaggi di quartu,quartucciu,selargius,sinnai,maracalagonis,burcei e solemis