flumini nel mondo

domenica 1 marzo 2015

Paesi di Sardegna: Orosei

Dal sito "nonsolobaronia" di Marco Camedda su Orosei e dintorni. 

           IL POSTO PIU’ BELLO DELLA SARDEGNA?

di , 28 Febbraio 2015 18:45

       Il posto più bello della Sardegna?


È il Golfo di Orosei secondo “Lonely


Planet” la più celebre guida turistica


del mondo



OROSEI: Una vista da della spiaggia della Marina con pineta di "su Barone"

OROSEI:La pineta di Su Barone vista dallo stupendo stagno
A incoronarlo, la nuova edizione della prestigiosa guida Lonely Planet, dedicata alla Sardegna. Gli autori, Kerri Christiani e Duncan Garwood, hanno stilato la loro top 5 anche sulle pagine del quotidiano anglosassone Daily Telegraph.

Il lago nell'oasi di Biderosa. In lontananza le montagne fra Orosei e Siniscola

 ALBA A BIDDEROSA (foto camedda)

Vedendo quanto è pubblicato nel blog di Marco Camedda “nonsolobaronia” e ammirando le belle fotografie sui dintorni di Orosei non posso fare a meno di ricordare mio padre Attilio Maccioni, innamorato da sempre non solo della sua Orosei ma anche di tutta la Sardegna di cui ha scritto nelle sue poesie pubblicate in ben dieci volumi ed anche in molteplici articoli apparsi in riviste e giornali e particolarmente nella rubrica "passeggiate" in cui raccontava le sue esperienze di viaggi,  che contenevano considerazioni a tutto tondo sul costume e sulla società del tempo non solo in Sardegna ma anche in Italia e all'estero.
Per non disperdere quanto è stato detto e scritto da parte sua  sto ora realizzando la raccolta dei suoi scritti sparsi ovunque, unitamente alla sua biografia in cui è considerata la sua figura di uomo, di poeta e di medico. 
La descrizione poetica delle bellezze naturali di Orosei sono descritte con struggente malinconia nel brano che segue tratto dall'articolo intitolato Sosta in santa Prassede, pubblicato nell'Unione Sarda il 25 aprile 1960.
(di Attilio Maccioni) ... . 
Il ponte  di undici bocche, il fiume dei cedri e le sue spiaggette di liquirizia, i tuffolini che si rincorrono e si nascondono fra i giunchi, le lavandaie che affondano nell'acqua le gambe nude, le orde dei buoi he vanno all'abbeverata, i colli intorno con in cima la chiesa. E poi il mare. Quel mare da creazione, così aperto ed alto, così ondoso e profondo e la sua riva di sabbia grezza, pietrosa, che s'apre a voragine nella polpa dell'onda e vi si incide come una ferita. Lontano, ai fumosi bracci del golfo, due scogli, due sentinelle, due mani che raccolgono in una coppa sangue effervescente. L'implacabile sole sta fermo sulla terra come uno di quegli astori che s'inchiodano in aria ostinati contro il vento, colora di giallo tutta la terra e la sabbia e il mare. Brucia l'erba e la foglia, arde l'ombra e il sasso, evapora il sangue dalle vene, la gente si raggriccia, i visi si fanno come il gheriglio nella noce, le ossa si rivestono di poca carne, gli uomini diventano terra. Dal disfacimento che fermenta emergono balzando violenti, colorati e carnosi, i fiori e le donne. Le acacie del viale, le orge di giovinezza, tanto ingenuamente goduta, la comunione con la natura, il vino, il pane, gli amici, i morti, i lontani remoti odori d'erbaluisa, di cotogno, il limone e la foce del Cedrino.
Paolo Maccioni

giovedì 12 febbraio 2015

Attilio Maccioni:ha scritto di Francesco Ciusa

Ciusa si sentì vinto come tutti i sardi in Sardegna
L’informatore del lunedì 26 febbraio 1951
Questo articolo è tratto dal libro "Passeggiate di Attilio Maccioni" raccolta di una serie di articoli del medico poeta oroseino, in fase di preparazione per la pubblicazione.

Francesco Ciusa in una foto del  i907 (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)
Lo conobbi ch'era già famoso ed era ancora frenetica tutta la tua attività creativa. Alto, bello, simpatico, effervescente. Lavorava al gruppo « L'ucciso », quello dove pecore spaurite riportano sul dorso pietoso il morto abbandonato come una croce.
        Ricordo la casa rossa sulla, strada di Pirri. Come s'entrava da un cancello c'era un pergolato che, per non averlo mai visto alla luce del giorno, non so se fosse di viti o di glicini. Quand'egli levò gli occhi su di me che lo vedevo per la prima volta sbozzava la testa d'una pecora dalla grande composizione, “Lampu - esclamò - ocros de baronìesu matta 'e vava ” e rise a gola piena. Dirò per amore di chiarezza che la frase (occhi di baroniese mangiatore di fave) si riferiva alla qualità degli occhi nostri marini che si ostinano a trascinare nelle generazioni bagliori arabi e alla consuetudine di noi abitanti della pianura di cibarci più volentieri di frutti della terra che non di carni al sangue come avviene per gli uomini della montagna che inseguono le capre per i greppi selvatici.
      Ci offrì da bere - vino nero - in ciotole di terra cotta ch'egli già cominciava a lavorare preannunciando una industrializzazione della propria arte che gli avrebbe dovuto dare la ricchezza. Era, in quel periodo, tutto pieno di sogni e di baldanza. Lo sguardo sicuro era quello di chi comanda al mondo.
L'ucciso (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)

       Poi partì con «L'ucciso». Durante la sua assenza gli morì il figlio minore Gian Giacomo. Dopo non sapeva perdonarsi di avere folleggiato per Venezia con gli amici mentre il lutto gravava sulla sua casa. E me lo diceva con accoramento fraterno perché non ci era stato difficile simpatizzare fino ad una affettuosa amicizia cui non noceva la differenza d'età tan­to unico era il sentire ed il sognare. Altre cose mi disse poi, della sua vita e dei suoi sogni. Tutte cose dette con la voce di intonatura sarcastica, nel dialetto nuorese frantumato da esclamazioni, interiezioni e risi, in quel dialetto nuorese ch'egli non aveva mai abbandonato né inquinato. Passarono gli anni, scomparve dal libro della fama, poi dalle pagine della notorietà; fu un piccolo insegnante in Oristano, raggiunse Cagliari, ne fuggì durante la guerra. Vi tornò, solo, ancora una volta senza casa, senza famiglia, senza amici, strano, angustiato, perduto, vinto.
         Poi seppi ch'era morto e la sua immagine è lì davanti a me non velata dall'ombra funerea, non turbata dalla bruttura del male, fresca, triste ma sorridente, delusa e bramosa dì lotta, umana.
Sposina di Nuoro (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)

         Troppo facile e comodo sarebbe comporre un necrologio e usare la formula classica dei necrofori. Anno e data di nascita e di morte, opere e fatti, lodi. Troppo facile e abusato lodare a gola spiegata mentre ancora ci si stringe il cuore per la memoria recente di un velo di silenzio, d'indifferenza, di inumano gelo che s'era disteso sull'artista. Troppo semplice ora lodare questa o quella statua, questa o quella attività, questa o quella qualità  d'un  uomo che da molti anni veniva considerato con sufficienza.
Non cadrò in tale errore, amico mio che sei scomparso per una morte lenta, torturante, mortificante, tu che meritavi di essere assunto ai cieli della repubblica ideale folgorato dalla scintilla di Prometeo. 

Mammina che lega la cuffietta (terracotta)
       Voglio invece parlare di te nello stile che ti piaceva. Stile pletorico, orgiastico, corposo e rotondo, sensuale quasi e certamente tattile. Egli era nella parola tutto retorica. Gli piacevano le grandi frasi infarcite di aggettivi. Amava le trine ed i merletti. Sfuggiva gli angoli ed adorava la sinuosità, la morbidezza. Andava in estasi per tutto ciò ch'era ridondante. Ma l'amore per la tua terra era reale. Per questo orpellato di retorica, facile nei modi, esteriore e troppo appariscente, faceva corpo con la sua figura ed egli ne era permeato. Sì che ogni sua figurazione artistica fu solamente in funzione d'elogio o di canto della terra che per lui era ancora quella del Satta e della Deled­da E pareva rimpiangesse quei tempi passati, quei tempi mitici di gente selvatica e buona, di campagne desolate e febbri­cose, di vento, di aquile e di falchi. C'era in lui quell'amara voluttà di parlare della Sardegna, come d'una terra triste, povera e infelice, quell'amara voluttà che, poiché c'è ancora chi la prova, rende gli spiriti fiacchi e le volontà desolatamente fatalistiche. Forse da questo complesso di sardità egli si lasciò travolgere quando irrequieto, turbato, indeciso non riuscì più a convogliare la febbrile attività creativa in forme realizzate e s'isterilì in tentativi strani di  industrializzazione così negata alle sue capacità. Forse si sentì vinto, inchiodato come tutti i sardi in Sardegna alla neghittosità d'una malevolenza e d'un sarcasmo che scoraggiano le anime in cui si insinui un melanconico desiderio di essere compatite. Forse sentì il bel sogno sfuggirgli  dalle mani e fu richiamato alla terra da necessità contingenti più forti d'ogni  volontà. Certo è che la  sua figura d'artista s'era offuscata, ed offuscata tanto  ch'egli stesso se ne avvedeva e se ne sentiva morire. Gli irrequieti moti  della sua figura spirituale non nascondevano a chi lo conosceva l'amaro del suo patimento. Egli sotto il riso proclamato celava il nibbio che gli rodeva il cuore.
La madre dell'ucciso  (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)

       Tante volte ho pensato queste cose quando scherzavo per distrargli i pensieri  ed egli cadeva nella pania e non sapeva che io leggevo dietro la sua fronte alta e chiara come nel più chiaro  dei miei volumi. Leggevo la storia di una inutile ribellione, il rimpianto di ciò che non era  avvenuto, il cruccio per ciò che avrebbe dovuto essere. Vedevo fiamme sopite ridestarsi ed altre sopirsi dopo vivaci attimi; inutili tentativi per ritorni non più possibili. Infine lo tormentava forse negli ultimi anni l'angoscia di essere lontano da Nuoro. Perché voi tutti che mi leggete non sapete che cosa sia Nuoro. Oh, no, non quella cittadina, che tutti conoscete col suo bel corso Garibaldi così garbatamente ottocentesco con i suoi caffè e i suoi gagà. Nuoro, dico, quel grosso paese là in mezzo ai monti d'Oliena e la cuspide di Gonari e l'Orthobene così vicino e selvoso, Non è un luogo comune. E' una realtà. Dall'inferriata che  limita un breve spazio che separa la cattedrale dal tribunale si vede la grande valle che è davvero di vigne foscoliane e di foscoliani uliveti. C'è da star li rapiti come se si fosse sospesi  a mezz'aria in un paesaggio nuovo, in un ambiente nuovo.

Nuoro antica

        Un ambiente del '600, di quel '600 lussurioso e tetro che non rispettava titoli di nobiltà e di santità ed invece i nobili erano tiranni e i religiosi, santi. Così a Nuoro c’è preti che non dimenticano d'essere uomini e ciò li fa simpatici, c'è nobili che son duri, incomprensivi e testardi e ciò li fa anacronistici, c'è donne belle, delle più belle, e uomini che amici sono amici con lo stesso animo che li fa al nemico nemici. C'è un carcere che pare la Bastiglia e fonti dove le donne ci vanno con la brocca. C'è gente che canta per le vie con la chitarra e quella che gavazza nelle bettole. C'è una vita che rispecchia la Sardegna, quella d'ieri. Qui non ci sorprenderebbe il delitto ma nemmeno il miracolo.
Processioni dei misteri (china su carta)

Forse Francesco Ciusa sognava questa terra di scollacciate e umane conventicole dove tra il vino nero e la parola grassoccia filtrava l'ora quasi inavvertibile. Annegata nella grigia uniformità della vita cittadina ogni barbarica vampata d'allucinante colore, egli seguiva con nostalgico desiderio le cavalcate iridescenti, le sagre montane fatte di vino e di carne, quando non si sa più se lodare la fame o la sete ed i pensieri s'ammorbidiscono e si sfumano in una ilare ebrietà color di sole donde scaturisce l'animalesca brama di tutti gli istinti vitali.
Ma tutto era finito. Gli amici s'erano fatti pochi e malcerti. La solitudine lo stringeva fuggitivo rasente ai muri scalcinati della città martoriata e sconvolta, ombra fuori del tempo.
Così morì Francesco Ciusa, ignoto in  vita, già baciato giovane dal bacio più bramato, compianto dopo la scomparsa, spogliato della scorie parassita degli ultimi anni, bello della sua fisica bellezza, puro nell'intelligenza dei suoi sogni, anima e cuore d'artista.


martedì 10 febbraio 2015

Attilio Maccioni. La morte del costume sardo.

Sardegna senza folklore
L’Unione Sarda 26 giugno 1950
Abbandonato il costume vestono con pessimo gusto. I costumi tradizionali sono stati messi in prosa delle donne sarde, e se ne è ottenuto un surrogato che fa rimpiangere il perduto
Il brano che segue è tratto  dalla raccolta di articoli di Attilio Maccioni "Passeggiate" in fase di elaborazione per la pubblicazione ad opera del figlio Paolo. La fotografia dal sito web: Osilo.

… Pieghettate gonne ampie e ruvide d'orbace con quel grand'orlo di damasco rosso come il fiore del melograno; … le belle camicie candide, scollate tirate in minutissime pieghettine sui seni e sotto i seni tenute dal laccio del corsetto sì che il petto statuario esplodeva dall'armonica composizione dominata dalla trina della scollatura e conclusa dai bottoni d'oro figuranti gemini seni col vortice di corallo. E quando nei giorni di festa o di cerimonia il costume era reso nelle sua assoluta verità decorativa, cioè era del tutto immacolato, le giovani già ai primi caldi di primavera si rimboccavano le maniche della camicia ampie, candide, quasi visibilmente odorose e ne lasciavano nascere le lisce braccia che ne parevano trasformate in tepidi fiori sbocciati in delicato giro di petali.



… il costume di Osilo, onda di spume, di trine, di gale e di armonie … da annoverare tra i più belli della Sardegna se pure non ne sia il migliore.
Non piangerò dunque la morte del costume. Ma devo riconoscere che è morto male. E di fronte al cattivo gusto di cui hanno dato prova le donne dei nostri paesi c'è da pensare se la razza non sia troppo mutata da quella che tessendo la lana e il lino nelle stanzette piene dì sole e odorose di basilico e di garofano, aveva saputo disegnare, creare, ricamare una foggia di abbigliamento così consona al carattere, al tipo etnico ed anche alla tinta dell'epidermide delle fanciulle dì allora. 
Attilio Maccioni



giovedì 5 febbraio 2015

Casa cantoniera di Flumini

Un articolo di Roberto Giampietri su La Gazzetta di Reggio  del 16 settembre 2014 affronta il problema delle case cantoniere in disuso. Nella provincia di Reggio Emilia le case cantoniere sono quasi tutte ormai malandate e quasi irrecuperabili. Però una è riuscita a salvarsi dallo sfacelo. Guardate nella fotografia che segue come era ridotta
Casa cantoniera di Casina prima del restauro
E guardate qui sopra la casa cantoniera di Casina (RE), trasformata in centro sociale dopo il restauro
Casa cantoniera di Casina dopo il restauro

Nei locali della casa cantoniera è sorto un circolo dove si organizzano serate culturali e tante altre attività ricreative. Insomma, un vero punto di riferimento per l’intero paese. Un paese che, grazie al lavoro di tantissimi volontari, è riuscito a ridare nuova vita alla vetusta struttura: era il 2002.

FLUMINI

Quello è proprio il tipo di trasformazione che la malandata cantoniera di Flumini, prima che sia troppo tardi, dovrebbe assumere. 
Condizioni  attuali della cantoniera di Flumini 

Anche a Flumini  si tratterebbe di ridare vita non solo alla vetusta struttura esistente e nella disponibilità del Comune, ma all’intera frazione, priva  di qualunque servizio di tipo sociale e  affollata di tanti volenterosi pronti a dare una mano al Comune per un restauro che fosse destinato a quello scopo e tra tutti in prim'ordine l’associazione onlus Itamicontas costretta attualmente a chiedere asilo per le sue manifestazioni culturali, sempre più seguite, o alla biblioteca comunale o alle Scuole elementari.  

venerdì 23 gennaio 2015

Zaanse Schans (Olanda) : vivere di turismo

Il territorio di Zaanse Schans che dista solamente una quindicina di chilometri da Amsterdam era in origine una landa desolata,  poco piacevole da abitare. I romani, nell’epoca delle loro conquiste si sono spinti fino qui ma da qui sono andati via perché non hanno trovato nulla di interessante: il terreno non fertile,  nessuna abitazione, niente traffici,  nessun tipo di cultura, ma solo paludi, terre sabbiose, il mare minaccioso presente ovunque invadente e pericoloso. 


I primi ad insediarsi in questa zona sono stati alcuni pescatori che sfidavano le bizzarrie delle maree per costruirsi con il mare la loro vita.
Via via, con l’andare del tempo, la fame di terra che ha da sempre caratterizzato i popoli dei Paesi Bassi, li ha costretti a  impiantare i mulini a vento con l’intento di difendersi dall’acqua troppo invadente. I mulini in origine servivano infatti da pompa per prosciugare i campi.
Poi, costruita tra il 1925 e il 19933  è arrivata la Afsluitdijk, in olandese “ diga di sbarramento” che ferma l’acqua ad un livello marino superiore di oltre sette metri a quello degli insediamenti permettendo così la vita indisturbata in quel territorio una volta inabitabile.




Ora quel territorio è diventato un esempio mirabile di turismo. Un gioiello  che riassume le caratteristiche principali di tutta  l’Olanda: vi sono i fiori nella stagione estiva, vi è la produzione dei caratteristici zoccoli, quella del formaggio, e naturalmente i mulini a vento ancora in funzione, ma non più per eliminare l’acqua di troppo, bensì per diverse attività produttive.
Sono qui rimaste inalterate le caratteristica case da favola costruite in legno come un tempo e aperte alla vista dei visitatori, ma anche abitate dai residenti locali. Tutto è rimasto intatto e conservato integralmente come nel passato, sebbene rifatto e abbellito. 




Gli artigiani vi fanno vedere come si producono gli zoccoli a partire da un piccolo tronco, 






e i formaggiai vi faranno vedere come si produce il formaggio, a partire dal latte della mucca o della capra che sta nel prato dietro casa, insieme agli altri animali da cortile come anatre oche e anche qualche asino, in convivenza pacifica.  E se a noi, turisti provenienti dalla Sardegna, non ci può stupire la produzione del formaggio, ci stupisce però come lo vendono. 



Entrare in un locale di vendita di formaggi sembra di entrare in unagioieelleria. I formaggi, di tutte le dimensione e in forme diverse l’una dall’altra vengono impacchetati in carte di diversi colori e di dimensioni anche piccolissime così da costituire delle bellissime confezioni regalo. 




I colori sono quelli vivaci dei loro fiori e  le commesse hanno il costume caratteristico olandese con la cuffia a punte e gli zoccoli ai piedi che conosciamo per averli visti in tanti quadri dei più famosi pittori olandesi.


giovedì 25 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

Civitates barbariae di Mario Murgia

                          

Venerdì 5 novembre 2014 si è svolta a Quartu S.Elena, nella Sala Comunale del Comune,  alla presenza delle autorità Comunali e di un folto pubblico, organizzata da Itamicontas, la rappresentazione teatrale dell'atto unico di Mario Murgia Civitates barbariae.
Qui di seguito è riportata l'untroduzione di Paolo Maccioni, vicepresidente di Itamicontas. (Le fotografie sono di Renato d'Ascanio Ticca)

Visione d'insieme della sala consiliare

Gentili signore e signori, Itamicontas nella persona del vicepresidente Paolo Maccioni vi da il benvenuto a questa manifestazione che riguarderà la esecuzione dell’opera teatrale di Mario Murgia: Civitates Barbariae. Prima di entrare nel vivo della rappresentazione diamo la parola alla signora Romina Angius vice presidente del Consiglio Comunale e al signor Guido Sarritzu assessore alla Cultura e lingua sarda del Comune di Quartu.

L'Assessore alla cultura Guido Sarritzu da il benvenuto
Grazie signora vice presidente del consiglio  e grazie signor assessore.

Entriamo ora nel vivo della serata. Mi presento per coloro che non mi conoscono, mi chiamo Paolo Maccioni e vivo a Quartu S Elena da quasi trent’anni per cui, pur essendo nato a Cagliari mi considero e sono a tutti gli effetti cittadino di Quartu. Sono spesso confuso con un dentista di Cagliari perché ambedue, oltre ad avere lo stesso nome ed essere nati nella stessa città abbiamo in comune anche la stessa passione per lo scrivere. Solo che lui, magari, è un po’ più giovane!

Paolo Maccioni legge l'introduzione
  Sono il vice presidente della associazione culturale Itamicontas che insieme ad alcuni amici ho contribuito a fondare a Flumini. Dapprima ha operato come gruppo autogestito e poi alla fine del 2012 come associazione onlus iscritta al registro regionale del volontariato sezione cultura. In questa veste vi vorrei parlare oggi della nostra associazione. Poi, come amico di Mario Murgia vorrei dirvi due parole sulla sua opera Civitates Barbariae alla quale state per assistere oggi.
Paolo Maccioni legge l'introduzione
L’associazione Itamicontas è nata dunque a Flumini, con il preciso intento di diffondere la cultura in una vasta zona del territorio abbondantemente popolata ma che era ed è tuttora priva di qualunque istituzione pubblica o privata che risponda a quell’importante compito, imprescindibile in una società evoluta e civile, di dare ai propri cittadini strutture adeguate perché possano evolversi culturalmente.
Le sole eccezioni a questo vuoto sono rappresentate della Chiesa e dell’organizzazione degli Scaut. Ma era ed è troppo poco.
 In questo contesto è nata Itamicontas. Con il passare del tempo e attratti dalla validità della nostra iniziativa si sono via  via aggiunti al nucleo originario diversi altri elementi di spicco che hanno fatto si che l’associazione sia diventata nel breve giro di tempo un punto di riferimento importante per la diffusione della cultura in quella zona ma non solo in essa.
Enrica Boy legge alcuni brani dell'opera
Il successo che le iniziative di Itamicontas hanno riscosso sono dovute a due fondamentali motivi: Innanzitutto perché vi sono tra i nostri soci molti elementi che la cultura la fanno, e non si limitano solamente a commentarla, studiarla e diffonderla. Alcuni di loro, infatti scrivono come Giulio Solinas, Carlo Corda, Livy Former, Guido Pegna, Paola Murranca, Antonio Cogoni, Cosimo Corvetto, Francesco Pilloni, Paolo Piras, Nino Nonnis, Caterina Roberto, Tonino Oppes, io stesso, oppure dipingono, come Serena Fazio, o fanno musica, come il soprano Gesy Lai,  Giuseppe Pes,  lo stesso Mario Murgia, Antonio Solla, e tanti altri che si occupano di settori diversi come la fotografia, l’artigianato, il turismo e che con il loro apporto appassionato rendono le nostre manifestazioni sempre vivaci e godibili.
 In secondo luogo ma non certo secondo come importanza  è il fatto che Itamicontas può contare su un presidente di valore indiscusso come il professor Francesco Casula che rappresenta per l’associazione il fiore all’occhiello, quel di più rispetto ad altre associazioni similari alla nostra, e che, con la sua presenza avvalla la serietà dei nostri sforzi e dei nostri intenti che sono e rimangono esclusivamente di tipo culturale. Inutile dire che sono felicissimo di collaborare con lui.
Roberto Ingrassia
Tutte le manifestazioni che Itamicontas ha effettuato, anche quelle dirette ai bambini, sono riprodotte e raggruppate in fascicoli con commenti e documentazione fotografica, a partire dalla sua nascita, fino a tutto il 2013 ( il fascicolo relativo al 2014, che conta ben 42 eventi, sarà pronto nei primi mesi del 2015) e sono distribuiti gratuitamente ai soci via mail, in formato PDF, facilmente scaricabile. Ma anche i non soci possono averli richiedendoli  all’indirizzo mail itamicontas@tiscali.it.  accompagnando la richiesta con una semplice offerta Chi è interessato può chiedere maggiori dettagli oltre che all’indirizzo mail indicato, alla nostra segretaria signora Carla Scano che è qui presente in aula.
Pubblico presente
Pubblico presente
Ora vorrei parlarvi di Mario Murgia e della sua opera Civitates Barbariae.  La mia amicizia con Mario dura ormai da molto tempo, forse da un decennio, da quando ambedue reduci dall’aver vinto un primo premio ad uno dei diversi concorsi indetti dalla associazione amici dell’Umbria ci siamo incontrati e abbiamo collaborato assieme ad alcune presentazioni dei miei romanzi. Lui accompagnava con il suo strumento e la sua voce l’illustrazione che io facevo dei miei libri. Già in quel periodo  nasceva in lui la idea di quella che attualmente è diventata Civitates Barbariae e che allora era una semplice paginetta e che pure vinse un concorso indetto dalla provincia di Cagliari. Ma era ed è  tutt’altra cosa da quell’opera che è diventata oggi Civitates Barbariae.
Ho vissuto appieno con Mario le trasformazioni che ha apportato all’opera originaria, le aggiunte, le precisazioni, le incertezze e la passione con cui si è dedicato a questo lavoro. La sua insoddisfazione era continua e credo che ancora oggi lui trovi che qualche cosa debba essere corretta e migliorata, perché la sua meticolosità e precisione lo portano a ricercare una perfezione impossibile.

da sinistra: Antonio Solmo, Mariuccia Vera, Mario Murgia
Il dramma si svolge nell’età nuragica, quell’età tanto cara  non solo a Mario Murgia ma a quasi tutti gli storici della nostra isola perché essa rappresenta il periodo migliore tra quelli della nostra antichità e un’epoca in cui era a portata di mano la felicità.  Ebbene questo melodramma riguarda proprio il momento culminante di quella felicità quando essa però sta per svanire per un nemico che ancora non è di fronte agli occhi ma dal quale si deve fuggire per evitare la tragedia.
Sono certo che questa sua opera troverà il riscontro che merita non solo qui in questa aula, in cui viene presentato per la prima volta e con mezzi teatrali limitati, ma anche e soprattutto fuori di qui, perché essa rappresenta il nostro mondo antico, da dove tutti noi proveniamo e del quale  abbiamo solo tracce che lentamente emergono dal buio in cui è stato sepolto.  Mi riferisco in particolare ai giganti di monte Prama e ai continui ritrovamenti che alimentano fortemente il desiderio di maggiore conoscenza e che speriamo possano darci in questo senso altre importanti soddisfazioni.
Ho detto tutto quello che dovevo dire e ora proseguiamo ascoltando ciò che vorrà dirci in proposito il presidente Francesco Casula.
Relazione di Francesco Casula
Grazie a tutti
Grazie Presidente Casula, la parola va ora alla dottoressa Claudia Zuncheddu della Associazione culturale Eliseo Spiga del quale sono stato amico dai tempi del suo impegno politico di Quartucciu  fino a ritrovarlo poi nella sua veste di conduttore agricolo a Sant’Isidoro)

ClaudIa Zuncheddu
Adesso entriamo veramente nel vivo dell’opera e do la parola al signor Tonino Dessì.

Mario Murgia, Paolo Maccioni, Francesca Serra, Roberto Ingrosso, Mariuccia Vera