flumini nel mondo

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giovedì 12 febbraio 2015

Attilio Maccioni:ha scritto di Francesco Ciusa

Ciusa si sentì vinto come tutti i sardi in Sardegna
L’informatore del lunedì 26 febbraio 1951
Questo articolo è tratto dal libro "Passeggiate di Attilio Maccioni" raccolta di una serie di articoli del medico poeta oroseino, in fase di preparazione per la pubblicazione.

Francesco Ciusa in una foto del  i907 (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)
Lo conobbi ch'era già famoso ed era ancora frenetica tutta la tua attività creativa. Alto, bello, simpatico, effervescente. Lavorava al gruppo « L'ucciso », quello dove pecore spaurite riportano sul dorso pietoso il morto abbandonato come una croce.
        Ricordo la casa rossa sulla, strada di Pirri. Come s'entrava da un cancello c'era un pergolato che, per non averlo mai visto alla luce del giorno, non so se fosse di viti o di glicini. Quand'egli levò gli occhi su di me che lo vedevo per la prima volta sbozzava la testa d'una pecora dalla grande composizione, “Lampu - esclamò - ocros de baronìesu matta 'e vava ” e rise a gola piena. Dirò per amore di chiarezza che la frase (occhi di baroniese mangiatore di fave) si riferiva alla qualità degli occhi nostri marini che si ostinano a trascinare nelle generazioni bagliori arabi e alla consuetudine di noi abitanti della pianura di cibarci più volentieri di frutti della terra che non di carni al sangue come avviene per gli uomini della montagna che inseguono le capre per i greppi selvatici.
      Ci offrì da bere - vino nero - in ciotole di terra cotta ch'egli già cominciava a lavorare preannunciando una industrializzazione della propria arte che gli avrebbe dovuto dare la ricchezza. Era, in quel periodo, tutto pieno di sogni e di baldanza. Lo sguardo sicuro era quello di chi comanda al mondo.
L'ucciso (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)

       Poi partì con «L'ucciso». Durante la sua assenza gli morì il figlio minore Gian Giacomo. Dopo non sapeva perdonarsi di avere folleggiato per Venezia con gli amici mentre il lutto gravava sulla sua casa. E me lo diceva con accoramento fraterno perché non ci era stato difficile simpatizzare fino ad una affettuosa amicizia cui non noceva la differenza d'età tan­to unico era il sentire ed il sognare. Altre cose mi disse poi, della sua vita e dei suoi sogni. Tutte cose dette con la voce di intonatura sarcastica, nel dialetto nuorese frantumato da esclamazioni, interiezioni e risi, in quel dialetto nuorese ch'egli non aveva mai abbandonato né inquinato. Passarono gli anni, scomparve dal libro della fama, poi dalle pagine della notorietà; fu un piccolo insegnante in Oristano, raggiunse Cagliari, ne fuggì durante la guerra. Vi tornò, solo, ancora una volta senza casa, senza famiglia, senza amici, strano, angustiato, perduto, vinto.
         Poi seppi ch'era morto e la sua immagine è lì davanti a me non velata dall'ombra funerea, non turbata dalla bruttura del male, fresca, triste ma sorridente, delusa e bramosa dì lotta, umana.
Sposina di Nuoro (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)

         Troppo facile e comodo sarebbe comporre un necrologio e usare la formula classica dei necrofori. Anno e data di nascita e di morte, opere e fatti, lodi. Troppo facile e abusato lodare a gola spiegata mentre ancora ci si stringe il cuore per la memoria recente di un velo di silenzio, d'indifferenza, di inumano gelo che s'era disteso sull'artista. Troppo semplice ora lodare questa o quella statua, questa o quella attività, questa o quella qualità  d'un  uomo che da molti anni veniva considerato con sufficienza.
Non cadrò in tale errore, amico mio che sei scomparso per una morte lenta, torturante, mortificante, tu che meritavi di essere assunto ai cieli della repubblica ideale folgorato dalla scintilla di Prometeo. 

Mammina che lega la cuffietta (terracotta)
       Voglio invece parlare di te nello stile che ti piaceva. Stile pletorico, orgiastico, corposo e rotondo, sensuale quasi e certamente tattile. Egli era nella parola tutto retorica. Gli piacevano le grandi frasi infarcite di aggettivi. Amava le trine ed i merletti. Sfuggiva gli angoli ed adorava la sinuosità, la morbidezza. Andava in estasi per tutto ciò ch'era ridondante. Ma l'amore per la tua terra era reale. Per questo orpellato di retorica, facile nei modi, esteriore e troppo appariscente, faceva corpo con la sua figura ed egli ne era permeato. Sì che ogni sua figurazione artistica fu solamente in funzione d'elogio o di canto della terra che per lui era ancora quella del Satta e della Deled­da E pareva rimpiangesse quei tempi passati, quei tempi mitici di gente selvatica e buona, di campagne desolate e febbri­cose, di vento, di aquile e di falchi. C'era in lui quell'amara voluttà di parlare della Sardegna, come d'una terra triste, povera e infelice, quell'amara voluttà che, poiché c'è ancora chi la prova, rende gli spiriti fiacchi e le volontà desolatamente fatalistiche. Forse da questo complesso di sardità egli si lasciò travolgere quando irrequieto, turbato, indeciso non riuscì più a convogliare la febbrile attività creativa in forme realizzate e s'isterilì in tentativi strani di  industrializzazione così negata alle sue capacità. Forse si sentì vinto, inchiodato come tutti i sardi in Sardegna alla neghittosità d'una malevolenza e d'un sarcasmo che scoraggiano le anime in cui si insinui un melanconico desiderio di essere compatite. Forse sentì il bel sogno sfuggirgli  dalle mani e fu richiamato alla terra da necessità contingenti più forti d'ogni  volontà. Certo è che la  sua figura d'artista s'era offuscata, ed offuscata tanto  ch'egli stesso se ne avvedeva e se ne sentiva morire. Gli irrequieti moti  della sua figura spirituale non nascondevano a chi lo conosceva l'amaro del suo patimento. Egli sotto il riso proclamato celava il nibbio che gli rodeva il cuore.
La madre dell'ucciso  (F. Altea: F.Ciusa - Ilisso)

       Tante volte ho pensato queste cose quando scherzavo per distrargli i pensieri  ed egli cadeva nella pania e non sapeva che io leggevo dietro la sua fronte alta e chiara come nel più chiaro  dei miei volumi. Leggevo la storia di una inutile ribellione, il rimpianto di ciò che non era  avvenuto, il cruccio per ciò che avrebbe dovuto essere. Vedevo fiamme sopite ridestarsi ed altre sopirsi dopo vivaci attimi; inutili tentativi per ritorni non più possibili. Infine lo tormentava forse negli ultimi anni l'angoscia di essere lontano da Nuoro. Perché voi tutti che mi leggete non sapete che cosa sia Nuoro. Oh, no, non quella cittadina, che tutti conoscete col suo bel corso Garibaldi così garbatamente ottocentesco con i suoi caffè e i suoi gagà. Nuoro, dico, quel grosso paese là in mezzo ai monti d'Oliena e la cuspide di Gonari e l'Orthobene così vicino e selvoso, Non è un luogo comune. E' una realtà. Dall'inferriata che  limita un breve spazio che separa la cattedrale dal tribunale si vede la grande valle che è davvero di vigne foscoliane e di foscoliani uliveti. C'è da star li rapiti come se si fosse sospesi  a mezz'aria in un paesaggio nuovo, in un ambiente nuovo.

Nuoro antica

        Un ambiente del '600, di quel '600 lussurioso e tetro che non rispettava titoli di nobiltà e di santità ed invece i nobili erano tiranni e i religiosi, santi. Così a Nuoro c’è preti che non dimenticano d'essere uomini e ciò li fa simpatici, c'è nobili che son duri, incomprensivi e testardi e ciò li fa anacronistici, c'è donne belle, delle più belle, e uomini che amici sono amici con lo stesso animo che li fa al nemico nemici. C'è un carcere che pare la Bastiglia e fonti dove le donne ci vanno con la brocca. C'è gente che canta per le vie con la chitarra e quella che gavazza nelle bettole. C'è una vita che rispecchia la Sardegna, quella d'ieri. Qui non ci sorprenderebbe il delitto ma nemmeno il miracolo.
Processioni dei misteri (china su carta)

Forse Francesco Ciusa sognava questa terra di scollacciate e umane conventicole dove tra il vino nero e la parola grassoccia filtrava l'ora quasi inavvertibile. Annegata nella grigia uniformità della vita cittadina ogni barbarica vampata d'allucinante colore, egli seguiva con nostalgico desiderio le cavalcate iridescenti, le sagre montane fatte di vino e di carne, quando non si sa più se lodare la fame o la sete ed i pensieri s'ammorbidiscono e si sfumano in una ilare ebrietà color di sole donde scaturisce l'animalesca brama di tutti gli istinti vitali.
Ma tutto era finito. Gli amici s'erano fatti pochi e malcerti. La solitudine lo stringeva fuggitivo rasente ai muri scalcinati della città martoriata e sconvolta, ombra fuori del tempo.
Così morì Francesco Ciusa, ignoto in  vita, già baciato giovane dal bacio più bramato, compianto dopo la scomparsa, spogliato della scorie parassita degli ultimi anni, bello della sua fisica bellezza, puro nell'intelligenza dei suoi sogni, anima e cuore d'artista.


martedì 6 maggio 2014

Antonio Pacinotti


Nel museo di Fisica di Cagliari, alla cui visita hanno partecipato diversi soci della Associazione culturale Itamicontas, organizzatrice dell'evento, oltre a tutte le altre apparecchiature esposte spicca la invenzione di Antonio Pacinotti. Per chi, come me, conosceva Antonio Pacinotti solamente perché a lui è intitolato il liceo scientifico di Cagliari è stato interessante scoprire l’uomo e la  storia della sua più importante invenzione.
foto di Antonio Pacinotti
La riporto qui di seguito così come l’ho trovata scritta su internet in vari articoli tutti corrispondenti e che è documentata nel Museo con una lettera esposta al pubblico, nel reparto dove si trova anche la sua invenzione.
In questa lettera  Pacinotti spiega come avvenne il fatto

La macchinetta inventata da Pacinotti riveste un’enorme importanza perché segna l’inizio dello sfruttamento a livello industriale dell’energia elettrica: funziona sia come motore a corrente continua, sia come dinamo.
A contendersi la paternità sono stati in due, Antonio Pacinotti e Zenobio Gramme.
Le cose andarono in questo modo: in occasione della visita alla fabbrica Froment, in Francia, Pacinotti si trovò a discutere con i responsabili della fabbrica "sulla possibile utilizzazione dell’elettricità come forza motrice”, questione che la Casa Froment studiava da vari anni senza però riuscire ad ottenere nessun risultato industrialmente pratico. Pacinotti riteneva di aver trovato la via per produrre industrialmente la sua macchina e non pensò alla possibilità che le persone con le quali parlava potessero approfittare della sua ingenuità. Invece nel 1871, Pacinotti apprese che in una seduta dell’Accademia di Scienze di Parigi era stata presentata una macchina dinamo elettrica a corrente continua dovuta al signor Zenobio Gramme, e la descrizione dell’apparecchio corrispondeva esattamente a quella sua, peraltro già pubblicata in qualche rivista scientifica.
Anello di Pacinotti

Inutili furono la lettera immediatamente scritta all’Accademia e le innumerevole proteste  in più occasioni per rivendicare i suoi diritti. In Francia l'invenzione della dinamo venne attribuita a Zenobe Gramme con un brevetto del 1869. L'invenzione di Pacinotti ( detta anello di Pacinotti) fu considerata solo un prototipo al quale il francese avrebbe apportato notevoli variazioni.
Fatto sta che nel 1870 l'accoppiamento della dinamo alla turbina idraulica diede impulso e avvio alla produzione commerciale di energia elettrica con tutti i vantaggi ad essa connessi per il suo inventore riconosciuto e cioè Zenobe Gramme.

A Pacinotti rimase, purtroppo per lui, la sola gloria per l’invenzione del prototipo e di ciò pare che ne abbia fatto, come è comprensibile, una vera e propria malattia, nonostante i riconoscimenti ufficiali successivi da parte delle autorità scientifiche e civili. Tra l'altro fu nominato senatore .

Pacinotti a Cagliari

Di Antonio Pacinotti a Cagliari vi sono molti riscontri che indicano tutte le opere compiute o iniziate nei sette anni di sua permanenza in Sardegna 

Ecco quanto rileviamo dal periodico on line "Percorsi elettrici": 



Sullo sfondo si notano la macchina a gomitolo e la Torre dell'Elefante. Il progetto grafico è un lavoro di Alessandro De Rubeis, il disegno è stato realizzato da L. Garau.

A 32 anni Antonio Pacinotti venne nominato Professore ordinario di fisica sperimentale e Direttore del relativo gabinetto all'Università di Cagliari A Cagliari lo scienziato fu fortemente ostacolato da “la mancanza completa o la insufficienza della maggior parte degli strumenti necessari ad un corso sperimentale di fisica” (Lettera inviata nel 1873 al Ministro della Pubblica Istruzione Antonio Scialoja). In una lettera indirizzata nel 1874 all'Ingegner Oreste Lattes aggiunge: “Ora mi trovo alla Università di Cagliari così sprovvisto di mezzi che non vedo come poter realizzare il molto che manca alla incominciata costruzione”.  Per tale ragione lo scienziato chiese di esser sostituito da un supplente per poter tornare a Bologna. Tuttavia la richiesta non fu accolta e dovette rimanere nella città, abitando nel quartiere di Castello. Malgrado la insufficienza dei mezzi a disposizione, riuscì tuttavia a portare a compimento alcune costruzioni importanti  e realizzare diversi  progetti.

Nel Duomo di Cagliari, il 29 Aprile del 1882, celebrò le proprie nozze con Maria Grazia Sequi alla presenza dei testimoni prof. Giuseppe Missaghi di Piacenza e del cavaliere Faustino Cannas di Iglesias, rispettivamente Direttore dell'Istituto Chimico dell'Università di Cagliari e responsabile della Facoltà di Medicina. Dopo il viaggio di nozze Pacinotti si trasferì definitivamente a Pisa, abbandonando per sempre la città.

mercoledì 6 marzo 2013

Piazza Attilio Maccioni Quartucciu





Da  "L'Unione Sarda" del 5 marzo 2013:
In tant:i non lo hanno mai dimenticato. Attilio Maccioni, medico condotto e pediatra di Quartucciu per tanti anni, è rimasto nel cuore di quelli che erano i suoi piccoli pazienti e che, anche grazie alle sue cure, adesso sono diventati grandi, hanno costruito una famiglia e magari hanno anche schiere di nipoti e pronipoti. A quel medico, così gentile, il Comune, su richiesta dei Lions, ha deciso di intitolare una piazza. La scelta è ricaduta sullo spazio tra le vie Barbagia e Mogoro.  “Dopo la richiesta dei Lions”, spiega il sindaco Lalla Pulga, abbiamo seguìto tutto l’iter burocratico, chiedendo il nulla osta  alla prefettura. Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’autorizzazione e così possiamo procedere all’intitolazione». Attilio Maccioni fu medico a Quartucciu dal 1937. Ha pubblicato studi  in diverse riviste scientifiche ed è stato anche un indimenticato poeta. Qualche tempo fa i figli, gli hanno dedicato una serata ricordo a Flumini, Quartu, alla quale avevano partecipato numerosi studiosi epoeti. (g. dcr.)

lunedì 2 aprile 2012

Attilio Maccioni uomo medico poeta

Il giorno 28 marzo 2012, si è svolta a Flumini, nella sala dell’Oratorio della chiesa di Santa Maria degli Angeli una serata dedicata ad Attilio Maccioni scomparso nel 1990.
Don Gianni mentre racconta le sue esperienze su Attilio Maccioni di fronte a un pubblico numeroso e attento. Alle sue spalle la foto di Attilio Maccioni.
A volere questa cerimonia e a organizzarla è stato il figlio Paolo,
Paolo Maccioni
 coadiuvato dalla moglie Enrica Boy e da Stefania Adamu. 
Enrica Boy, Paolo Maccioni, Stefania Adamu


Chi era Attilio Maccioni?


Canzonetta ( da Il Barone scalzo)
(ma c’è di tutto nel nostro giorno)

La vita e fatta di piccole cose:
l'ira più grande cede all’amore,
l’amore è istinto, l'odio è vergogna,
ma c’è di tutto nel nostro giorno.

                                                     La giovinezza segue gl’istinti:
                                                     vengono le ore poi del dolore,
                                                     della vergogna, del pentimento .
                                                     e dei rimpianti, giorno per giorno.

                                                                                                 Urla straziata d’ alta ferita
                                                                                                 la terra o gode tempo di sole:
                                                                                                  corrono i fiumi vola la vita
                                                                                                  tra un riso e un pianto, giorno per giorno

Attilio Maccioni



Hanno ricordato con molta passione la sua figura di uomo, di medico e di poeta, oltre a Paolo Maccioni, molti intervenuti tra cui  il Professor Giulio Solinas, e il giornalista e scrittore Lucio Spiga.




L'intervento di Giulio Solinas
L'intervento di Lucio Spiga



I libri di Attilio Maccioni:
1942 Acqua di fiume - Edizioni Sud Est, Cagliari
1945 In giardini terreni - Società Editrice Italiana, Cagliari
1950 Paradiso - Gastaldi, Milano
1951 Addio alle sorgenti - Gastaldi, Milano
1951 Lettere - Gallizzi Sassari
1955 La mia terra è un’isola - Cappelli, Rocco San Casciano (BO)
1958 Canto del corvo - Guanda, Parma
1962 Amargura - Rebellato, Padova
1968 Il barone scalzo - MAIR, Siena
1996 Cavalieri di vento (postumo) A. Guiso Orosei



Nella serata sono state proiettate fotografie riguardanti il paese natale di Attilio Maccioni, Orosei, e si sono esibiti i musicisti Cinzia Ligas al flauto e Mario Murgia alla vihuela de mano. Oltre i due musicisti che hanno suonato e cantato diverse canzoni del repertorio sardo ma non solo, anche Eleonora Lussu ha dato un saggio della sua bravura con una canzone intitolata Badde lontana.


Mario Murgia con la vihuela e Cinzia Ligas
Mario Murgia accompagna con la chitarra Eleonora lusso
Enrica boy legge una poesia di Attilio Maccioni


                           


Un momento della chiusura della cerimonia:  ( Da sinistra: Paolo Maccioni, Stefania Adamu, Cinzia Ligas, Mario Murgia)

Nel corso della serata sono state lette le seguenti poesie:

Il Re ( da “Paradiso perduto” pag. 25)
La zia di paese ( da “ In giardini terreni” pag. 28)
La sccatola di cartone ( da “ Amargura” pag. 11)
Attilio Maccioni a Montanaru
Montanaru a Attilio Maccioni
Tre racconti del mio contadino ( da “ La mia terra è un’isola” pag. 112)
Ho bevuto vino del mio paese ( da “In giardini terreni” pag. 54)
Paradiso perduto ( da “ La mia terra è un’isola “ pag 67)
La pietà ( da “ Amargura” pag. 65)
Cavalieri di vento ( da “ Cavalieri di vento” pag. 63)
Mio cuore ( da “ Cavalieri di vento” pag 43)

Sono stati eseguiti i seguenti brani musicali

Minuetto - Anonimo XVI sec.: flauto e vihuela  
Aperimi sa jànna (popolare)
Green sleeves - Anonimo XVI sec.: flauto e vihuela
Badde lontana – testo di Antonio Strinna, musica Costa.  
A diosa - di Salvatore Sini e Giuseppe Raschel - (No potho reposare)
In su monte 'e Gonàre ( popolare )
Schiaràzula maràzula - di Giorgio Mainerio, XVI sec.: flauto e vihuela


Al termine della serata tutti  presenti hanno ricevuto un piccolo dono e hanno brindato alla memoria di Attilio Maccioni.

mercoledì 7 settembre 2011

Giuseppe Boy - Un uomo palloso

Se tu sapessi...
se tu potessi
Essere adesso
Qui
E nello stesso istante
Tu
volessi esserci
Qui
adesso
Se tu sapessi...
Se io potessi
sentire fra le mani
Se potessi odorare
l'essenza della tua pelle
Se tu sapessi...
cosa farei
se tu volessi
essere qui
adesso
Se tu sapessi cosa farei...
Ti mangerei,
ti berrei...
mi immergerei
dentro di te.
Mi ingloberei in te...
Se io potessi...
Danzerei
In te
Senza confini
Se tu volessi...
Se tu sapessi...
Cosa farei...



Giuseppe Boy
Divide il suo tempo tra la Sardegna e l'Emilia.  Attore, regista e poeta, direttore artistico dell'associazione culturale L'Eptacordio, in teatro ha portato, oltre alle sue poesie, le opere di Emanuel Carnevali, Pier Paolo Pasolini, Giacomo Leopardi e altri.
Autoritratto di un uomo palloso è la sua prima raccolta pubblicata.

martedì 5 luglio 2011

Liuteria e Giuseppe Triolo

La liuteria è l'arte della costruzione e del restauro di strumenti a corda ad arco (quali violini, violoncelli, viole, contrabbassi, ecc.) e a pizzico (chitarre, bassi, mandolini, ecc.). Il nome deriva dal liuto, strumento a pizzico molto usato fino all'epoca barocca. È un'arte e tecnica artigianale che, dall'epoca classica della liuteria (XVII, XVIII secolo), è giunta fino ai giorni nostri quasi immutata. (Wikipedia )

L’arte di costruire strumenti a corda vanta una storia antica. I primi liutai furono tedeschi, ma presto la costruzione di viole e violini si diffuse anche in Italia.

Durante il Rinascimento in Italia vi fu un gran fermento nell'attività liutaria. Famosa per le sue botteghe fu ed è anche oggi, la città di Cremona che ospitò, tra le altre, le botteghe di Antonio Stradivari e Giuseppe Guarneri, probabilmente i più grandi liutai della storia.

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Antonio Stradivari idealizzato in una stampa del XIX secolo

In Sardegna la prima scuola per liutai è stata aperta da Giuseppe Triolo.
Giuseppe Triolo, liutaio autodidatta, dopo un'esperienza ventennale a Torino, apre il laboratorio di liuteria a Monserrato, collabora con i migliori musicisti sardi e fonda la prima scuola privata di Liuteria in Sardegna. Oggi opera in via Terralba e qui costruisce tutti i suoi strumenti musicali a corda.

Giuseppe Triolo al lavoro nel suo laboratorio
Chi entra nel laboratorio di Triolo vi troverà una grande quantità di oggetti,  soprattutto musicali,  sparsi in un angusto spazio saturo di particolari che spuntano da ogni angolo e pretendono l'attenzione dell'osservatore senza dargli un attimo di respiro. In questo laboratorio - museo, apparentemente in disordine, Triolo vi mostra e vi racconta le creature della sua fantasia mentre le sue mani continuano a lavorare come se fossero indipendenti dal resto del corpo e fossero animate da una propria volontà.  Nelle foto che seguono sono evidenziate solo alcune creazioni di Triolo il cui estro spazia in diverse direzioni:  oltre la musica vi è la pittura, la  scultura, la miniatura ed in ciascuna di esse  può scorgersi la passione che lo ha ispirato.

scultura

pittura

chitarre e contrabbassi

mandolini e chitarre
Nel mio primo romanzo pubblicato nel 2003, intitolato La guerra del Pellicano,  vi è un brano che racconta di un negozio di antichità gestito da un certo Zoachin al centro di Milano in cui l'ambieente non era tanto dissimile da quello chee si respira nel laboratorio di Triolo.
Il romanzo da cui è estratto il brano che segue
"

... La sua bottega era inverosimile in una città come Milano; il locale del tutto privo di insegne e all’apparenza dimesso e insignificante era in una piccola traversa di una delle principali vie che circondano il Duomo. Dentro la bottega era tutto un disordine di oggetti di varia natura che, seppure certamente preziosi, non invogliavano all’acquisto tanto erano messi alla rinfusa e non composti con la cura che avrebbero meritato per risaltare di più. Si trattava di oggetti di ogni genere, un campionario vastissimo di quello che l’operosità e l’estro dell’uomo, nel corso dei secoli, ha prodotto con le proprie mani: pietre preziose, piccoli tavolini e mobiletti d’epoca, posate, argenteria varia, coppe di cristallo, bottiglie. Scintillavano di mille colori e mille riflessi: perle, topazi, collane e braccialetti, portaritratti, corni d’avorio, oggetti provenienti da tutti i paesi del mondo in una baraonda completa e tale che sarebbe stato impossibile a chiunque raccapezzarsi.
Solo lui si trovava a suo agio in quell’immenso disordine. Nella sua mente fotografica, ogni oggetto era perfettamente classificato e catalogato con una precisione tale che in ogni momento ne conosceva l’esatta ubicazione.
Il profilo di Zoachin rassomigliava ad una mezzaluna crescente nella quale il naso non superava la linea ideale tra le due estremità, sembrava una mezza parentesi tonda. Scuro di capelli e di pelle, con due labbra sottili che quasi non si vedevano, inserite in una barba folta e anch’essa scura con tendenza ad imbianchirsi, aveva un’età indefinibile. Il suo aspetto faceva pensare vagamente agli antichi egizi e nel suo sangue vi era sicuramente un miscuglio di razze delle quali non si sarebbe potuto dire quale fosse la preminente, di ognuna si scorgevano le tracce caratteriali essenziali, ma nessuna riusciva a prevalere. Soleva radersi la barba con rapidi tagli di forbici fino a poco più giù del mento per cui essa risultava quasi quadrata, come quella degli antichi faraoni; anche il suo modo di vestire avvalorava questa impressione, una tunica colorata lo ricopriva dalle spalle ai piedi, come unico indumento, e da sotto la tunica spuntavano comode babbucce. Dalle tasche della tunica Zoachin tirava fuori le cose più impensate: forbici, coltelli, creme, cose che adoperava per lucidare, intagliare, strofinare. Era sempre immerso in un continuo lavorio sulle cose che lo circondavano …
il racconto prosegue e Zoachin trova un oggetto da regalare ad una sua amica che era andata da lui per sentirsi consolare delle sue pene )  
Si trattava di un’anfora con due esili braccia di cui una era interrotta a metà, come se l’artigiano che l’aveva iniziata non avesse potuto o voluto terminarla. La imperfezione di quell’anfora era uno dei motivi che la rendevano preziosa.
La fattura della maiolica e le decorazioni di fiori azzurri che la adornavano appartenevano alla scuola Olandese della fine del settecento, e agli occhi disincantati di tutti, anche se esperti, quell’anfora poteva rappresentare niente di più che un pezzo pregiato di maiolica decorata a mano.
Nella fabbrica in cui si lavoravano quelle fini ceramiche entrò un giorno una potente Marchesa di Francia; aveva chiesto ai suoi domestici di portarla con la carrozza fin fuori Amsterdam, dove vi era la fabbrica, per accertarsi dello stato dei lavori delle sue ordinazioni di vasi, anfore e piatti, tutte  con decorazioni floreali.
Fece il suo ingresso ossequiata da tutti, e mentre osservava i lavori giunti a buon punto, entrò inaspettatamente nella stessa fabbrica anche il marito, titolare del Marchesato che rappresentava allora una delle maggiori estensioni di quelle lande sopravvissute al mare olandese.
Nel vederlo lei divenne pallida, estrasse un acuminato stiletto che teneva celato nel suo corpetto e lo infilò nel petto del marito. E dopo aver assassinato il marito, rivolse lo stiletto su se stessa e lo infilò proprio sotto la gola uccidendosi a sua volta.
Alcune gocce di sangue caddero nel recipiente dove le operaie pittrici tenevano i loro colori, e alcune venature di rosso determinarono un cambiamento nella tinta che serviva per colorare le maioliche.
Il motivo di quell’assassinio non fu mai chiaramente accertato ma le voci dissero che tutto si era svolto a causa di un figlio concepito da lei in condizioni non perfettamente legittime, la cui scoperta avrebbe provocato in quei tempi lontani uno scandalo dalle proporzioni gigantesche e dalle conseguenze insostenibili.
Il vaso aveva da un lato delle evidenti striature rosse, e anche sui fiori azzurri il colore era accompagnato da qualche venatura di rosso. Quello era il sangue della nobildonna e del suo consorte. Il lavoro delle operaie venne subito interrotto e quelle maioliche imperfette passarono di mano in mano finendo per disperdersi. Soltanto due di esse si salvarono: considerate prive di valore rimasero chiuse in una cassa del magazzino della fabbrica dove, qualche secolo dopo, furono rinvenute.
"